Piu’ scienza per tutti?

Il secolo ventesimo sarà sicuramente ricordato per la rivoluzione culturale e tecnologica più grande di tutti i tempi, da quella Copernicana alle recenti teorie quantistiche. Questa rivoluzione la possiamo racchiudere in una sola parola: internet. Proprio così, il web, il www e le sue pagine. Se vogliamo comunque essere precisi, si è inventato il “mezzo di trasporto” per qualcosa che è nata con lo stesso uomo: la comunicazione, o meglio l’informazione “comunicata”. Altra scoperta fondamentale è stata poi la comprensione di come l’informazione potesse diventare un valore enorme se distribuita alla massa, in tempi brevissimi e senza costi. Basta pensare cosa sarebbe accaduto se ai tempi della seconda guerra mondiale fosse esistito il web con le sue informazioni in tempo reale; o meglio ancora ai tempi dell’Impero Romano quando le staffette a cavallo portavano le comunicazioni dei generali per l’attacco al nemico.

Ma perché l’informazione, la comunicazione e la conoscenza rivestono una così grande importanza?

Perché conoscere significa non avere paura.  Si ha paura di ciò che non conosciamo o che ci sembra diverso da noi. Quando conosciamo il problema, i termini per risolvere le incognite, la natura di quello che vediamo, tutto diventa meno grande e meno pericoloso, più “affrontabile”. Ma per conoscere bisogna essere informati. Non si vuol certo dire che prima dell’avvento del web si era tutti disinformati o ignoranti: si “viaggiava” soltanto ad un’altra velocità, con altri ritmi. In fin dei conti l’informazione già inizia il suo fortunato avvenire con i primi segni tracciati nelle caverne dagli uomini preistorici, continua con l’avvento della scrittura e si solidifica con i libri ed i giornali, per arrivare ai giorni nostri dove appunto internet pare voglia sovrastare tutti i sistemi comunicativi attualmente esistenti. Senza entrare nel merito della giustezza del grande avvento del web rispetto a tutti gli altri mezzi mediatici, va forse guardato con maggiore attenzione il “tipo” di comunicazione che ci porta l’informazione, avendo nello specifico un particolare riguardo a quella disciplina oggi molto in voga chiamata “divulgazione”.

A molte persone il termine “divulgazione”, non piace. E forse questi signori non hanno tutti i torti. Esaminiamo l’etimologia della parola: “divolgare”, ovvero rendere noto a tutti, diffondere tra la gente, intesa questa come “volgo” e sottintesa come la parte più povera e più incolta, in contrapposizione alla parte del popolo socialmente più elevata. Seneca, in un suo trattato sul Tempo scriveva: “..non solo la folla e il volgo ignorante si lamenta per questo male comune a tutti..”.  Tutto ciò non rende certo giustizia alla stessa parola. Si potrebbe quindi usare il verbo  “raccontare”, ma si rischierebbe di essere facile preda in un campo in cui si pensa che la comunicazione debba essere precisa e sistematica. Questo pensiero, volendo essere pignoli, non è del tutto corretto; almeno sotto il profilo di “sistematica”. Un metodo sistematico può essere usato per lo studio, per l’apprendimento di una teoria, partendo da una premessa e via via sviluppando lo studio con le relative considerazioni tecniche. Non è usabile per chi deve porre la conoscenza di quella stessa teoria in modo semplice – e ci auguriamo sempre corretto- a qualcun altro che non ha alcuna base teorica e scientifica sull’argomento stesso; vale in questo senso il concetto del “raccontare”, ovvero porre all’interlocutore la teoria in modo che possa interessarlo, anzi, incuriosirlo e quindi rimanere attratto per piacere e non per dovere. Bisogna però, come sempre, “pesare” bene i termini del nostro discorso. Raccontare non significa sconvolgere la teoria stessa o “aggiustarla” alle esigenze dello spettatore. Si può narrare una storia così come si può narrare la relatività di Einstein. Tutto dipende dal sistema di comunicazione, dalla semplificazione che si riesce a dare e da come si può appunto “raccontare” qualcosa di matematicamente preciso ma impalpabile.

Un esempio del genere qualcuno potrà ricordarlo in una trasmissione di Piero Angela, andata in onda molti anni fa, dove spiegava con un “viaggio” immaginario la complessità del corpo umano: un’astronave di dimensioni molecolari viaggiava in lungo e largo per arterie, polmoni ed altre parti del nostro corpo spiegando con una grafica accattivante l’importanza e la funzione dell’organo visitato. Fu un vero successo di pubblico e persino di critica e per una volta i “soliti” baroni della scienza non ebbero a ridire sul metodo raffrontato al grande interesse suscitato. Mai nessun libro di divulgazione medica ebbe lo stesso successo di vendita e da allora cominciarono a proliferare le enciclopedie mediche a fascicoli alla portata di tutti. Insomma, affrontare con semplicità e con la giusta spettacolarità corretta, argomenti di natura complessa.

In questi ultimi anni finalmente si è capito che la scienza deve essere “comunicata”, diffusa a tutti i livelli e posta in modo comprensivo per i non addetti. Che poi, volendo polemizzare, non esistono i “non addetti”; la ricerca scientifica pone le sue basi al raggiungimento di obiettivi pubblici, per l’interesse comune. Lo scienziato non deve essere l’irraggiungibile genio lasciato nella torre con i suoi problemi matematici: lo può essere durante lo studio, solo per comprensibile tranquillità che giustamente esige, ma alla fine deve “restituire” i risultati della sua missione alla gente, alle persone per cui è stato demandato per la risoluzione del problema. Ringraziando il cielo sono finiti i tempi in cui Paul Dirac suggeriva di “stare alla larga” dai giornalisti. Si è capito che i giornalisti, almeno quelli seri e preparati, sono un mezzo utile (e comodo) per diffondere la mission, per far capire la bontà e l’utilità del proprio progetto di ricerca prima e per diffondere i risultati ed i benefici dopo. Si può essere d’accordo con una “selezione” di qualità del giornalista che deve diffondere notizie tecniche e scientifiche senza incorrettezze che purtroppo a volte sfociano nella vera e propria bufala; si può fare una distinzione a monte di quei professionisti poco onesti che utilizzano la divulgazione per scopi economici a proprio uso e consumo, in molti casi diffondendo addirittura paure e menzogne salvo poi la puntuale correzione operata guarda caso con il proprio libro venduto in libreria.

Insomma come in tutte le cose, un pizzico di saggezza, qualche grammo di controllo e una manciata di regole non fanno poi male. E’ vero, attualmente questi ingredienti non ci sono, ma non disperiamo.

Comunque sia, la scienza è per sua natura un’impresa pubblica e democratica. Lo studioso moderno, ad esempio il Cosmologo, non può non comunicare i risultati dei suoi studi, poiché, in ultima analisi ha svolto le sue ricerche per dire al passante, al semplice cittadino dove vive, come è nato e perché abita il pianeta Terra. Se non condividerà le sue realtà, queste non potranno essere socialmente convalidate, almeno dal punto di vista sociologico. Nelle società anglosassoni sono comuni concetti come l’alfabetizzazione scientifica o il Public Understanding of Science, ovvero far apprezzare e quindi sostenere a ragion veduta la ricerca, mezzo indispensabile per la crescita ed il benessere; in Francia sono in atto profonde trasformazioni sociali finalizzate alla “familiarizzazione” della scienza piuttosto che alla comprensione tecnica dei concetti scientifici. In altre parole si “investe” in scienza a tutti i livelli: dalla ricerca al merito, dalla divulgazione ai mezzi per divulgare.

Noi invece “dobbiamo” riconoscenza soltanto ad iniziative private e quasi sempre (fortunatamente) senza secondi fini di lucro. Un grande esercito di blog scientifici, testate giornalistiche online, semplici appassionati e i primi in assoluto almeno in termini di esistenza – gli astrofili – si sono armati di buona volontà e combattono a volte una vera guerra contro alcuni  santuari scientifici che snobbano dall’alto chi non possiede un posto fisso di ricercatore o una cattedra universitaria, pur molto spesso avendone i titoli accademici e la cultura specifica. Sembra addirittura che negli ultimi tempi, il ricercatore stesso non essendo sufficientemente supportato da un sistema divulgativo efficiente, fa tutto da solo: fa la ricerca, la pubblica sulle riviste specifiche ed apre il proprio blog in internet per fare conoscere alla gente il suo lavoro. E’ questa una cosa sicuramente bella, utile ed intelligente, anche se ha un costo visto che egli stesso deve impiegare le sue risorse temporali due volte; una volta per la ricerca e la seconda per la divulgazione. E’ comunque sfatato il mito (sicuramente negativo) che dipingeva lo scienziato capace solo di dialogare con un suo collega con il quale già condivideva i concetti. Se questa “teoria di metodo” continuerà, se ne potranno trarre solo benefici; se il ricercatore imparerà ad entrare nella testa delle persone “normali”, capendone gli interessi e le difficoltà, diventerà il divulgatore di se stesso.

Questo non significa che il divulgatore (giornalista o meno) dovrà cambiare mestiere. Di sicuro in questo momento assistiamo al problema della frammetizzazione dell’informazione. Quando il divulgatore frettoloso e poco professionale “acchiappa” la notizia scientifica dal primo blog che gli capita a tiro di tastiera, nella stragrande maggioranza dei casi darà un’informazione quanto meno imprecisa e confusa. Non si vuol certo dire che il blog in internet sia scorretto, bisogna comunque ammettere che spesso la notizia è il frutto di un rimbalzo continuo, con tutte le problematiche facilmente intuibili. E’ fuori dubbio che l’informazione “manipolata” più volte, con tutta la buona fede possibile, diventa una notizia con un certo grado di imprecisione. Chi ne paga le spese è poi il lettore ignaro che prende per oro colato quanto appreso dal giornale o dalla pagina internet. Di esempi se ne possono fare a decine, riguardanti persino testate giornalistiche di grande rilievo nazionale.

Come risolvere allora il problema?

In maniera molto semplice. Basterebbe innanzi tutto che il divulgatore professionista si “specializzi” in modo corretto in una o due materie al massimo. I tuttologhi non hanno molta fortuna. Cosa poi banale a dirsi, ma a quanto pare non del tutto, il “comunicatore” deve documentarsi, approfondire e di nuovo approfondire. Deve vagliare attentamente la fonte e cercare in altre fonti la conferma di quanto si appresta a scrivere. Basterebbe poi fare quello che fanno in altre nazioni europee: creare dei veri e propri canali diretti tra scienziato-ricercatore e divulgatore. Sembra una cosa scontata, ma nel nostro paese non lo è. Il vantaggio sarebbe enorme per tutti. Il ricercatore può dare di prima mano la notizia corretta, può spiegarla bene, darne i risvolti sociologici ed economici, sottolineare le parti più interessanti. Il divulgatore può avere la certezza della correttezza scientifica, capire bene il nesso sia culturale che pratico, spiegarla in modo semplice e corretto al suo lettore. Il lettore finalmente sarà informato in modo “vero” e semplice, potrà valutare per se stesso e per la società la bontà della ricerca. Avrà comunque imparato “in modo giusto” qualcosa di nuovo. Sembra poco?

Le nuove tecnologie ci portano sempre maggiormente ad intraprendere nuove sfide comunicative. Non possiamo minimamente immaginare uno scenario di sviluppo scientifico e sociale senza affrontare i problemi della comunicazione di massa e di una cattiva politicizzazione della scienza. Il lavoro deve essere compiuto in “team”, con modestia ed intelligenza; se lo scienziato deve comunicare meglio, il divulgatore deve diventare più critico e più informato. L’utilizzo poi delle nuove tecniche inventate dai professionisti dei vari settori (video, elettronica, informatica, ecc.) non deve certamente spaventare, così come non deve diventare l’unica strada da percorrere. Certo è che se “l’utenza” vuole nuove sensazioni, nuovi scenari e nuove emozioni, non c’è motivo per non adeguarsi ai tempi ed alle richieste. Non si vuol certo sottolineare a tutti i costi il concetto de “il fine giustifica i mezzi”, ma neanche sottovalutarlo. Di esempi se ne possono fare parecchi: dal cinema tridimensionale al museo digitale e virtuale, dalla connessione wi-fi al notepad che ci fa leggere molto di più i giornali on line.

Insomma, se trent’anni fa, quando si teneva una conferenza solo parlata probabilmente dopo la prima mezz’ora si assisteva ad un calo vertiginoso dell’attenzione del pubblico, oggi grazie alle presentazioni computerizzate o meglio ancora con l’ausilio di brevi film dimostrativi l’oratore può forse contare in un’altra mezz’ora prima che la sequenza di sbadigli nella sala diventi troppo numerosa. Sempre che non si sia così temerari da proiettare ad un pubblico di ragazzi la Corazzata Potionkin, con tutto il rispetto per il suo regista e del pubblico intellettuale.

Un esempio di quanto detto, vissuto da chi scrive, è nato tre anni fa ed è attualmente in corso d’opera, con risultati inaspettati e di grande rilievo. Si tratta della realizzazione di un progetto per la divulgazione e la didattica astronomica nelle scuole, con un Planetario digitale itinerante. E’ stata una “scommessa” anche forse un po’ azzardata (e non solo economicamente parlando) ed assolutamente di prima mano, almeno in Italia. Si è voluto dare al “consumatore” (lo studente) la materia prima (l’astronomia) in modo adeguato ai suoi tempi ed ai suoi miti tecnologici.

L’idea di partenza si è basata su due domande: “come si può pensare di interessare un ragazzo di tredici anni alla Meccanica Celeste ed alla Fisica senza un minimo di multimedialità?”. E poi:  “Se i bambini oggi nascono quasi con un cellulare in mano, come si può pretendere di diventare loro complici nel mondo in cui vivono e di parlare il loro stesso idioma non adeguandosi ai loro standard?”. Riduttivamente si potrebbe enunciare “istruire divertendo” ma non è esattamente il principio adottato. E’ bastato dare una corretta spettacolarizzazione dei contenuti, a volte anche complessi, ed usare un linguaggio semplice ma non banale; appunto come già detto, “raccontare” l’Astronomia. Per il resto, il merito è dotazione stessa di questa materia, assolutamente affascinante di suo. Si è quindi passati alla fase operativa, non prima comunque di creare “in casa” dei mini documentari scientifici con al loro interno “nascosta” la lezione. “Confezionato” il tutto, si è portato direttamente al domicilio dell’utenza: la scuola. Bè, presunzione a parte, è stato un successo inaspettato: in soli 5 mesi, dodicimila ragazzi hanno partecipato all’iniziativa. E l’entusiasmo è stato tale che l’anno successivo non solo si è tornati in cupola, ma quasi raddoppiando i numeri. In una sola città e senza nessuna pubblicità. Inutile anche sottolineare, senza alcun aiuto istituzionale, fatta esclusione la pregiata intelligenza e lungimiranza di molti (ma non tutti) dirigenti scolastici del luogo che hanno entusiasticamente concesso le autorizzazioni.

Ma è questo un argomento che merita uno spazio a parte. Se potrà interessare, sarà il prossimo articolo dal titolo: “Il Planetario digitale: una scommessa vinta”.