Una prigione per il CO2

Tutte le nazioni del mondo emettono più di 30 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno. Siamo tutti responsabili della diffusione nell’atmosfera di biossido di carbonio in modo quasi democratico, dal 18enne con la sua prima auto al grande imprenditore industriale, naturalmente ognuno con i “mezzi che può”.

In particolare la Cina, l’India e l’America sono tra i più “produttivi” in tal senso. Il problema, anche se di attuale discussione, sembra proprio irrisolvibile.
Sappiamo che circa 15 miliardi di tonnellate metriche rimangono nell’atmosfera per un secolo o più. Una parte di tutto il resto finisce nel mare e un altro parte sembra aiutare gli alberi tropicali che crescono più spessi. Non sappiamo, però, dove il resto di CO2 si và a posizionare, passeggiando per il nostro bel pianeta; la Nasa, nel febbraio 2009 ha progettato  un nuovo satellite chiamato Orbiting Carbon Observatory (OCO), deputato a scoprirlo. “Con il lancio di OCO, gli scienziati saranno in grado di studiare il CO2 e la concentrazione dello stesso sulla superficie della Terra”, afferma Eric Ianson, Executive Program OCO alla Nasa. ” La sua misurazione fatta in alta risoluzione fornirà un quadro più completo delle fonti umane e naturali di CO2 alle scale locali e regionali”.
Le intenzioni sono encomiabili, d’accordo, ma dopo la “mappatura” precisa, cosa si deve fare? Dove dobbiamo mettere questo signor CO2 ,  giacchè di eliminarlo non se ne può neanche fantasiosamente parlare. E forse non sarebbe comunque neanche corretto. Qualcuno comincia a pensare alla “Cattura e stoccaggio del carbonio”. Acquiferi salini o pozzi di petrolio vuoti sono alcune delle possibilità dove mettere l’anidride carbonica. Ma potrebbe essere ancora meglio la roccia vulcanica nota come basalto. Probabilmente perché in un periodo di anni relativamente breve le forme di carbonato di minerali in esso diventano appunto calcare.
Già diversi progetti pilota per iniettare CO2 nel basalto sono in corso, al largo della costa dell’Oregon e in Islanda. In realtà, il progetto Islanda ha già cominciato ad inserire tracce di CO2 disciolta in acqua per formare acido carbonico, accelerando la reazione con la roccia vulcanica. Secondo il fisico Klaus Lackner della Columbia University. “Si vuole capire l’impianto, come funziona il tutto” ha detto lo scorso novembre. “Tra 20 anni a partire da ora, lì non si dovrebbe trovare più traccia di CO2 perché trasformato tutto in carbonato.” Solo una delle formazioni individuate dal Proceedings of the National Academy of Sciences da Goldberg  al largo della costa del New Jersey potrebbe contenere fino a 1 miliardo di tonnellate metriche di CO2. In definitiva, un modo determinante e sicuro per l’immagazzinamento del CO2  a lungo termine.
Per effettuare l’analisi, il satellite OCO sarà in orbita ad un’altitudine di 438 miglia (705 km) viaggiando a sette chilometri al secondo. Ci vorranno tre misurazioni al secondo dalla sua orbita polare, consentendo in tal modo la copertura di tutto il globo terrestre. La NASA si attende circa otto milioni di queste misurazioni ogni 16 giorni, una valanga di dati che impegnerà i ricercatori per almeno  due anni consecutivi.