Planetario digitale: “La Scienza si fa spettacolo”

L'astronauta Paolo Nespoli e Aldo Gagliano con il libro "Mille miliardi di stelle"

di Aldo Gagliano

[pubblichiamo l’intervento (integrale) di Aldo Gagliano (TvSpace) al 45° congresso nazionale UAI]

L’idea di rappresentare ad un pubblico il cielo, la volta celeste e le sue meraviglie cosmiche si perde nel tempo, a cominciare dal primo globo tridimensionale costruito (pare) nel IV secolo a.C. da

Eudosso

Eudosso, astronomo e matematico greco, opera di cui purtroppo non abbiamo più alcuna traccia. Potere riprodurre sempre e a tutti il cielo notturno era non solo spettacolo, ma anche studio (calendari sempre più precisi) e argomento di questioni religiose. Si trattava in fin dei conti di una sorta di mappamondo rappresentante i cieli, visti così come si guardavano di notte, anziché i continenti terrestri. Le stelle e le costellazioni disegnate sul globo, davano anche un’idea pratica dei movimenti che avvenivano nei cieli, cosa impossibile da raffigurare in un dipinto o in un affresco. Era l’idea di una rappresentazione dinamica del Cosmo allora conosciuto. Un’idea che ha certamente resistito nel tempo. Erano quelli i primi cosiddetti “stellarium”, raffigurazione di stelle fisse ma in movimento durante il trascorrere della notte.

L’unica opera antica che possiamo ancora ammirare è l’Atlante Farnese, del II secolo d.C.,

L'atlante Farnese

conservata nel Museo Archeologico di Napoli. Si tratta di una statua che rappresenta il gigante Atlante che sorregge sulle spalle una sfera con raffigurate buona parte delle 48 costellazioni della mitologia classica, ma senza le stelle fisse.

Per un “Planetarium” vero e proprio bisognava aspettare il 250 a.C. e il grande Archimede;  sia Cicerone che Ovidio descrivono in alcune loro opere una “macchina” l’Atlante Farnese costruita dal genio siracusano capace di far “muovere” i pianeti del Sistema Solare con un complicato meccanismo ad acqua. Anche di questo capolavoro purtroppo non abbiamo alcuna traccia se non le descrizioni sommarie dei scrittori dell’epoca, salvo un ritrovamento recente di un meccanismo denominato Meccanismo di Antikythera che alcuni studiosi attribuiscono proprio al Planetario di Archimede. Chi scrive ha redatto un articolo in merito, consultabile all’indirizzo web http://www.tvspace.it/journal/?p=4336.

Il Meccanismo di Antikytera

Sarebbe troppo lungo citare tutte le altre invenzioni in merito nel corso dei millenni, ma per dovere di cronaca non si può non parlare del vero e proprio primo Planetario pubblico: il “Globo di Gottorp”. Nel 1664 Andreas Busch, costruttore in Limburg (Germania) di strumenti geodetici, costruisce il più antico planetario di cui abbiamo storia. Si trattava di una sfera di rame cava del diametro di circa 4 metri nella cui superficie interna erano dipinte le stelle della Volta Celeste. La sfera veniva ruotata con semplici congegni idraulici simulando la rotazione terrestre. Potevano entrare nella “cupola” poche persone, una decina al massimo, ma era pur sempre un Planetario per il pubblico! Lo strumento, donato allo zar di Russia Pietro il grande a Pietroburgo e da questi installato per la pubblica fruizione, ebbe un colossale successo.

Un Planetario Ottico-Meccanico

Insomma, già da allora si cominciava forse a capire che divulgare in “modo pratico” riscuoteva molti consensi. Oggi, attraversando la storia dei grandi Planetari meccanici e opto-meccanici, si è giunti alla terza o meglio quarta generazione di strumenti: i planetari digitali. Sono strumenti basati su un sistema di proiezione asservito da software specifico, chiamato anch’esso software planetario. Nella nostra epoca multimediale, non poteva essere altrimenti. Nulla togliendo ai sistemi ottico-meccanici e alle loro immagini molto realistiche del cielo stellato, nel tempo delle esplorazioni cosmiche e delle meravigliose immagini prodotte dai telescopi spaziali Hubble, Herschel e Spitzer, il “pubblico” si aspetta sempre di più. E non si tratta solo di “effetto” visivo: ad esempio, è assolutamente fuori dubbio che spiegare le orbite planetarie o il moto della Luna piuttosto che la precessione degli equinozi con un “simulatore” astronomico è di gran lunga più performante rispetto ai classici metodi tradizionali.

L'interno di un Planetario digitale

L’associazione Planetaria astronomy educational di Palermo, fondata nel 2008 da Giuseppe Ciprì, ingegnere aereonautico e Aldo Gagliano, giornalista scientifico, ha creduto in questa rivoluzione prima ancora che esistesse in Italia (attivo) un Planetario digitale itinerante. E’ stato quasi un atto di fede, visto i costi quasi proibitivi per una associazione no-profit, ma che ha dato risultati del tutto inaspettati. Solo per citare qualche numero, in quattro anni di attività, l’associazione ha “ospitato” nella sua cupola itinerante di sei metri oltre 65.000 persone, per il 90% ragazzi con un’età compresa dai 5 ai 20 anni.

L’astronomia, si sa, esercita un fascino non indifferente in quasi tutte le persone. Spiegare (in modo semplice) come nasce e come funziona una stella piuttosto che lo scontro tra due galassie, non sarà mai fiato sprecato, almeno a modesto parere dello scrivente. Potere poi “vedere”, anche se di simulazione stiamo parlando, un fenomeno simile, è veramente interessante. Oggi con i nuovi Planetari digitali si è raggiunta una fedeltà d’immagine notevole. La risoluzione di proiettori sempre più luminosi, di software sempre più performanti e realistici e non per ultimo di suoni ad “alta fedeltà”, sorprende lo spettatore e – cosa fondamentale per il divulgatore – lo rende interessato e partecipe allo spettacolo. Nella circostanza “scuola-ragazzo-didattica”, è questa l’arma vincente per fidelizzare lo studente alla disciplina scientifica, facendogli in molti casi “scoprire” qualcosa che magari credeva ostile e/o difficile. Non per nulla l’associazione si è appropriata da tempo di un detto oggi comune: “imparare divertendosi”. L’esperienza dopo quattro anni di itineranza in centinaia di scuole dimostra un fatto certo: lo studente che ha già assistito ad una precedente lezione/spettacolo con il Planetario, torna comunque; anzi, vuol conoscere altri argomenti o meglio ancora approfondire quelli già visti.

La nostra Scuola, purtroppo, non è tra i primi posti in Europa per il tempo e le risorse dedicate all’insegnamento dell’astronomia e delle scienze in genere. Un’indagine svolta dall’Università Federico II di Napoli, visionabile sul sito http://www.traces-project.eu, ha dimostrato ad esempio che l’80,4% di insegnanti se vuole aggiornarsi su nuove pratiche d’insegnamento delle scienze, preferisce il web rispetto ad altri canali tradizionali o istituzionali. Un altro 65% è profondamente convinto che il miglior sistema per l’insegnamento delle scienze può solo venire da un incremento di laboratori dedicati e ovviamente di risorse destinate a tali pratiche. In realtà, un pò fuorviante è stata la risposta alla stessa domanda fornita però da un campione di dirigenti scolastici: il 62% afferma che un miglioramento può avvenire “cambiando i metodi di formazione” degli insegnanti. Tutto sommato comunque le due cose sono in un certo senso compatibili.

E’ altresì ben noto come l’Italia non occupi certamente i primi posti nella classifica mondiale sul numero annuale di Lauree in discipline scientifiche ottenute nel nostro territorio.

In altre parole, non si vuol certo affermare che il Planetario possa risolvere la questione, ma neanche si può negare la validità del suo ruolo. Come la validità di un sempre maggior numero di divulgatori, manifestazioni scientifiche e festival di scienza che sempre più spesso occupano i calendari delle attività dei comuni italiani. Evidentemente si è capito che il problema dell’alfabetizzazione scientifica esiste, ma è comunque risolvibile. Un’ultima considerazione, rilevata sempre dalla nostra esperienza “sul campo”, è il nuovo interesse su questa forma di “scienza pubblica” mostrato dai sempre più numerosi grandi centri commerciali delle città. La nostra

Planetario (ass. Planetaria) in un centro commerciale

associazione è stata ospite dei più grandi centri siciliani e l’esperienza vissuta è stata a dir poco entusiasmante. La richiesta del pubblico ha superato di gran lunga la ricettività del Planetario, causando addirittura problemi logistici. E’ chiaro e si sa bene che il centro commerciale mira prevalentemente all’evento pubblicitario, fonte di attrazione per un pubblico di potenziali acquirenti di beni, ma per quanto riguarda i nostri fini divulgativi, le cose possono normalmente convivere senza nessun danno d’immagine. Senza contare poi il ritorno in termini di fidelizzazione delle persone: nella maggioranza dei casi, il pubblico casuale del planetario è in seguito diventato lo stesso pubblico partecipante alle serate osservative e alle manifestazioni di scienza in genere. Molti ragazzi sono addirittura diventati astrofili grazie alla scoperta di questa grande sconosciuta, l’astronomia. Comunque, tracciare previsioni a lungo termine è naturalmente impossibile; è altresì probabile che questo modo di fare divulgazione avrà ancora lunga vita, anzi si evolverà con strumenti tecnologicamente sempre più raffinati.

Ancora oggi però gli alti costi d’impianto e il tempo necessario da dedicare ad un progetto del genere, purtroppo non permettono una grande diffusione di questi strumenti. Infatti, rimanendo nel settore “itinerante”, il problema non è certo rappresentato dal costo del computer o del proiettore (anche se quest’ultimo, per avere una luminosità e una risoluzione adeguata può costare diverse migliaia di euro). I veri costi da affrontare sono la lente ottica di proiezione (Fish-Eye) e i docu-film per la proiezione degli argomenti divulgativi. Infatti se per la didattica si può far uso di software planetari in molti casi addirittura gratuiti, come ad esempio il famoso “Stellarium”, nel caso dei documentari la cosa cambia totalmente aspetto. Un buon film, prodotto da una grande casa specializzata nel settore, con una risoluzione adeguata alle caratteristiche del sistema, può costare da 1000 a 6000 euro. E parliamo di un solo argomento, ovviamente non sufficiente per una continuazione nel tempo. L’associazione Planetaria è riuscita fortunatamente a “mediare” il problema. Grazie alle pregresse conoscenze dei suoi soci fondatori, buona parte dei film proiettati sono stati prodotti dalla stessa. Purtroppo, non tutti i proprietari di un planetario possono essere in grado di risolvere il problema. L’altro aspetto da valutare, per chi volesse intraprendere questo tipo di divulgazione, è come già detto il tempo. Sembrerebbe l’ultimo dei problemi, ma non è così. Per proporre alle scuole questo tipo di divulgazione didattica o meglio ancora un progetto da svolgere in più anni, bisogna disporre di molto tempo libero. Tra il recarsi negli istituti, prendere appuntamenti, proporre e discutere le sessioni, organizzare la logistica ed infine svolgere le vere e proprie lezioni, si deve mettere in conto che da settembre ad aprile si è impegnati solo in questo “lavoro”. E’ un aspetto fondamentale da valutare, soprattutto per chi normalmente svolge un’altra attività che impegna le ore mattutine. Insomma, non si vuole certo scoraggiare l’impresa, ma bisogna conoscere tutti i retroscena; non è la stessa cosa come organizzare una serata osservativa con i telescopi.

Per concludere, chi scrive è in parte sorpreso da una mancanza di condivisione dei problemi tra i molti planetari digitali itineranti oggi presenti in Italia. Infatti, ad esempio la complicazione del costo esorbitante dei film, potrebbe in parte essere risolta da una comunità che acquista il prodotto e lo condivide tra i suoi aderenti. Non si tratta certo del suggerimento alla cosiddetta “copiatura”,

Un docu-film per i planetari prodotto da una grande azienda internazionale

bensì una licenza multipla che possa soddisfare le esigenze delle associazioni che non traggono profitto da questa impresa. Ci si rende conto che il produttore del film non sorriderà certamente a una ipotesi del genere, ma è pur vero che il mercato lo fa l’acquirente, e nel caso di cui stiamo parlando, “l’acquirente” è fondamentalmente mosso dal principio della condivisione della scienza. Non stiamo parlando di un cinema che trae giusto guadagno dalla vendita del biglietto: stiamo parlando di persone che impegnano tempo, soldi e fatica per divulgare e condividere l’oggetto della loro passione: l’astronomia. Rendendo un servizio alla comunità e spesso rimettendoci di tasca propria. E non si può certo sperare che un maggior numero di planetari in futuro possa far diminuire tali costi, come è avvenuto con i software di grande uso pubblico (word processor, fogli elettronici, ecc.) grazie alla diffusione del personal computer.

Insomma, senza voler polemizzare, se veramente si volesse trasformare la nostra società, in parte ancora poco evoluta nel settore della divulgazione scientifica e comunque della scienza in genere, con fatti concreti e non a parole, ognuno dovrebbe fare la propria parte. La politica con una visione più concreta del futuro (come ha detto qualcuno “da statista e non da statale”) ed investendo “realmente” sulla ricerca; la Scuola con una maggiore dedizione alla “mission” e con insegnanti aggiornati costantemente; le università aprendosi alla meritocrazia anziché trascinarsi sui soliti binari burocratici, e perché no, anche le associazioni e i divulgatori scientifici prendendo un pò più seriamente il ruolo di “informatori” anziché di semplici appassionati con un hobby da coltivare.

Nessuna rivoluzione, solo quello che altre società del nord Europa hanno già fatto e continuano a fare, con i benefici che tutti possiamo vedere ed invidiare.